Back to PER I DIRITTI UMANI DEI POPOLI INDIGENI FOR HUMAN RIGHTS OF INDIGENOUS PEOPLE

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I popoli indigeni
Ben trecento milioni di persone nel mondo appartengono
a popoli indigeni: Pigmei, Boscimani,
Adivasi, Aborigeni australiani, Indios, Maori, Indiani
d’America. E tanti altri popoli dai nomi semi-sconosciuti
che, insieme alle loro culture, tradizioni,
linguaggi, sono un patrimonio unico per la storia
dell’Umanità.
Come dinosauri umani, molte etnie sono a rischio
di estinzione. Senza tutela e protezione.
Sono oggetto di attacchi mirati nel nome del vangelo
Denaro; un vangelo che predica la legge del
più forte, in terre dimenticate fino a quando vi si
scoprono risorse preziose e intoccate: petrolio, foreste,
diamanti, oro. In tutti gli ultimi paradisi terrestri
sopravvissuti ai giorni nostri, coesistono preziose
risorse naturali e popoli indigeni.
Infatti lo stile di vita dei popoli indigeni, a contatto
con la natura, ha fatto sì che, nelle loro terre, non si
siano estinti, come altrove, animali, piante, ecosistemi.
Guardiani della natura, ambientalisti, ecologisti
perfetti. “Homo homini lupus”, proprio altri uomini
oggi distruggono e mettono in pericolo l’esistenza
di queste razze umane, di queste etnie.
In alcuni Paesi come il Camerun, i popoli indigeni
come i Pigmei non sono nemmeno censiti: sono
esseri umani che legalmente non esistono. Privati
delle loro terre, dei diritti umani più elementari, della
propria dignità e dello spirito semplice e libero.
In ogni paese c’è discriminazione: leggi di tutela
adeguate non esistono o, come nel caso del Forest
Right Act in India, sono fatte per essere violate. Il
diritto dei popoli indigeni alla propria terra, alla propria
religione, alla propria lingua, al proprio nome
e alla propria esistenza è stato violato centinaia di
anni fa ed è violato ORA.
“I nostri nomi originali sono stati cambiati, storpiati e
poi cancellati. La nostra lingua e la nostra religione
sono state vietate per tanti anni. Ed ora stiamo
lottando per ricomprare la nostra stessa terra, a
prezzi salatissimi” mi racconta Marie della tribù di
nativi americani dei Salish, negli Stati Uniti. Non
esiste altro posto dove i popoli indigeni vogliano
nascere, vivere e morire: la terra dei padri. “Datemi
un carro, un asino: voglio tornare a casa” mi dice
una donna boscimane in Botswana. Non desidera
altro: deportata dal deserto, strappata da “casa”,
a causa del ritrovamento di un ricco giacimento di
diamanti, non vuole soldi o una casa o un lavoro:
vuole tornare alla sua terra ancestrale. “La nostra
vita è molto peggiore di quella dei nostri padri.
Fuori dalla foresta non sappiamo come vivere.
Siamo vittime di soprusi e violenze” mi confida
esasperata una donna pigmea in Camerun. “Dopo
averci arrestato e torturato, ci hanno detto: toglietevi
di mezzo o spariamo su tutti.” mi racconta un
adivasi dell’Orissa, dove è in atto la lotta spietata
di una multinazionale per una miniera di bauxite
che causa deportazioni di interi villaggi (in campi
di “riabilitazione”, come li chiamano) nonché un
terribile inquinamento dalle conseguenze nefaste
su flora, fauna ed esseri umani.
Oggi si è tutti adirati e pronti a far la voce grossa
per ripulire la propria fetta di mondo. Ma proprio per
la globalizzazione la nostra fetta di mondo non è
più limitata al quartiere, alla città, al Paese. Ciò che
accade in Giappone arriva a toccarci in un attimo.
I mercati finanziari sono soggetti all’effetto domino
immediato. Il mondo è di tutti.
La cultura dei popoli indigeni è un tesoro che appartiene
a tutti e va salvaguardato prima che scompaia.
Dice Gyani, donna della tribù dei Kusunda in Nepal:
“sono l’ultima rimasta, dopo di me nessuno parlerà
più la mia lingua.”
TRATTO DAL LIBRO "IO E I PIGMEI" DI RAFFAELLA MILANDRI(POLARIS, 2011)

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